Operazione Cosa Mia, in manette 4 affiliati ai Gallico di Palmi

Pubblicato: 18 luglio 2012 in Calabria
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Le cosche della ndrangheta condizionavano in maniera forte le ditte operanti sui cantieri dei lavori per la costruzione autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria. Il pizzo era del 3% sull’importo degli appalti.

Alle prime ore della mattinata odierna – rende noto un comunicato stampa della Questura di Reggio Calabria che qui riportiamo integralmente – personale della Squadra Mobile diretta dal primo dirigente Gennaro Semeraro e del Commissariato di Palmi diretto dal vice questore aggiunto Fabio Catalano, ha dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Reggio Calabria, in accoglimento della richiesta avanzata dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti di: Vincenzo Sgrò, di 58 anni, nato a Palmi; Rosario Sgrò, di 68 anni, nato a Palmi; Antonio Ficarra, di 47 anni, nato a Palmi; Roberto Ficarra, di 35 anni, nato a Palmi; a seguito della condanna inflitta in primo grado in data 10.01.2012 dal GUP di Reggio Calabria alla pena di 8 anni di reclusione nell’ambito del processo “Cosa Mia” per il delitto di associazione mafiosa. In fase di indagini preliminari, la locale Squadra Mobile ed il Commissariato di Palmi, nell’ambito della nota Operazione “Cosa Mia”, hanno acquisito pregnanti elementi indiziari che hanno consentito di individuare il presunto ruolo rivestito dai quattro in seno alla cosca Gallico operante in Palmi e comuni limitrofi. Nello specifico, è stato accertato dall’accusa che:

  • Vincenzo Sgrò, avrebbe fornito un costante contributo all’associazione, recandosi ai colloqui con il cognato Giuseppe Gallico, aggiornandolo sugli avvenimenti più recenti (anche mediante messaggi inviatigli attraverso il figlio Carmelo Sgrò, che si recava ai colloqui), recapitandogli messaggi e informazioni degli altri affiliati, ricevendo dal detenuto direttive, da eseguire direttamente e/o da comunicare ad altri affiliati fuori dal carcere, dandogli la propria disponibilità ad ospitare il di lui figlio, Antonino Gallico classe 1987, per evitare che fosse coinvolto nella faida con i Bruzzise, fornendo un contributo causalmente rilevante nella preparazione di alcuni reati fine, in particolare, fungendo da intermediario tra alcuni soggetti, non meglio identificati, residenti in Milano e Francesco Pesce, alias “U Testuni”, ritenuto elemento di spicco della omonima cosca di ‘ndrangheta di Rosarno (RC), per l’acquisto di un grosso quantitativo di sostanze stupefacenti che avrebbe permesso di realizzare un notevole guadagno ad alcuni esponenti della ‘ndrina Gallico, fra i quali il figlio Carmelo Sgrò e il nipote Antonino Gallico classe 1987. Più in generale, sempre secondo l’accusa, mettendosi a completa disposizione della cosca per il raggiungimento degli scopi associativi, cooperando con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso del gruppo delinquenziale.
  • Rosario Sgrò, fin dalla prima metà degli anni ottanta, avrebbe fornito un fondamentale contributo all’associazione, mantenendo contatti con i sodali latitanti e partecipando anche ad attività estorsive in concorso con questi ultimi (in particolare, con Giuseppe Gallico). Successivamente, dal 1990 circa, sempre secondo l’accusa fungeva stabilmente da prestanome per conto della cosca, quale intestatario fittizio di numerosi appezzamenti di terreno di proprietà della stessa, in tal modo ricoprendo un ruolo essenziale di copertura, funzionale ad evitare l’esposizione dei Gallico ai provvedimenti dell’autorità giudiziaria in materia di misure di prevenzione patrimoniale. Avrebbe permesso inoltre alla ‘ndrina di autofinanziarsi, vendendo periodicamente degli appezzamenti di terreno di cui risultava intestatario fittizio e consegnando le somme percepite agli elementi di vertice del sodalizio. Più in generale, si sarebbe messo a completa disposizione degli interessi della cosca, cooperando con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso del gruppo.
  • I fratelli Ficarra con altri imprenditori di riferimento della cosca – il primo quale titolare di fatto e il secondo quale formale intestatario dell’impresa individuale Ficarra Roberto, ditta che costituiva una mera “copertura” di quella originariamente intestata a Ficarra Antonino e Ficarra Giuseppe (sottoposta a sequestro preventivo nell’ambito dell’operazione “Tallone d’Achille”) e che riusciva ad ottenere subappalti relativi ai lavori di ammodernamento della A3 nella zona di competenza o comunque ad aggiudicarsi con metodo mafioso numerosi altri contratti di appalto nel comune di Palmi, concretizzando il predominio della associazione nel campo dei lavori pubblici e privati – si ponevano al costante servizio dell’associazione mafiosa per la realizzazione dei suoi interessi, a tal fine ricevendo disposizioni dal latitante Rocco Gallico e dal detenuto Domenico Gallico ed agendo in stretto contatto con i sodali Filippo Morgante e Vincenzo Galimi, cooperando, più in generale, con gli altri associati, nella realizzazione del programma criminoso del gruppo.

L’indagine “Cosa Mia” condotta dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria e dal Commissariato di Palmi, nel mese di giugno 2010 aveva portato alla luce le varie attività criminali dei clan Gallico-Morgante-Sgrò-Sciglitano del “locale” di Palmi, e dei Bruzzise-Parrello del “locale” di Barritteri e Seminara. Nello specifico una serie di tangenti per i lavori sulla A3, omicidi di mafia, ma anche estorsioni e violenze nei confronti di chiunque si rapportasse con le cosche. Secondo le indagini della Dda, sarebbe stato proprio il vecchio boss Umberto Bellocco, a stabilire chi avesse diritto a ricevere la tangente del 3% sul capitolato d’appalto dei lavori della Salerno-Reggio Calabria: la cosiddetta tassa di “sicurezza sui cantieri”. Leggi : Nomi e foto arrestati Cosa Mia

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